Marco Bechis dirige con caparbia memoria "Ritorno a Buenos Aires". Meritava un riconoscimento
di Armando Lostaglio
Nel film du Bechis Mariano Guerra è intensamente interpretato da Adriano Giannini (fra le sue migliori interpretazioni); egli ritorna in Argentina dopo trent’anni. Deve testimoniare contro i carnefici che uccisero migliaia di oppositori al regime fascista degli anni ‘70. Migliaia i desaparecidos, cui il giovane è stato testimone scomodo, delatore suo malgrado, al costo di venirgli risparmiata la vita. Il ritorno rappresenta un rivivere la memoria più untuosa, più dolorosa. Siamo nel 2008 e Mariano, che vive da trent’anni a Torino, fa ritorno. Quel viaggio lo costringe a confrontarsi con una prigionia che non si è mai realmente conclusa. La memoria non emerge attraverso ricordi ordinati, ma si manifesta nei tremori, negli incubi, nella sua scontrosa presenza, nelle paurose esitazioni. Il corpo conserva ciò che la mente tenta di allontanare. Sequenze pure significative mostrano Mariano mentre conta i passi, cammina e tocca i muri del lager, uno dei tanti che il democratico Occidente fingeva di non vedere in quegli anni in Sudamerica. Mariano indica alla figlia di una vittima il luogo in cui sua madre era stata imprigionata, e poi mandata a morire in mare aperto lanciata dagli aerei. Lo spazio diventa costrizione e pure strumento di testimonianza, fisica quanto orrenda. Il passato continua ad abitare il protagonista, modificando il suo rapporto con sé stesso e con il mondo. Pesa il senso di colpa del sopravvissuto, come in Primo Levi. Mariano si trascina il corpo, porta nel profondo una domanda dolorosa: perché lui è sopravvissuto mentre altri sono scomparsi? La libertà fisica non coincide necessariamente con quella interiore. L’esperienza personale dello stesso Bechis influenza la ferrea narrazione. Il regista lo aveva fatto proprio con il film (pure presentato a Venezia nel 1999) Garage Marco Bechis dirige con caparbia memoria "Ritorno a Buenos Aires". Meritava un riconoscimento Olimpo e nel 2002 con Figli/Hijos, sulla tragedia dei bambini inghiottiti in quella atroce dittatura. La tortura ha lasciato conseguenze nella sua identità, nella sessualità e nella capacità di riconciliarsi con la propria storia. Il cinema è individuale; è luogo sociale; è politica. Bechis lo fa benissimo: si è sempre in tempo per parlare di regimi che annientano la personalità; in Argentina si è fatto scempio di una intera generazione.
"Avremmo dovuto essere dispensati dal trascinare un corpo. Bastava il fardello dell'io." — Emil Cioran
Focus sul Film
Il film affronta con crudezza e caparbietà il dramma dei desaparecidos e la memoria storica della dittatura argentina degli anni '70, intrecciando l'esperienza personale del regista Marco Bechis con il racconto della colpa, del trauma e della testimonianza.
TG7 Basilicata – Redazione
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