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ANPI Provinciale Potenza: PERCHE’ BISOGNA VOTARE NO!

Dopo lunga attesa, il governo ha deciso che sarà domenica 4 dicembre 2016, la data nella quale si effettuerà il “referendum confermativo”, senza quorum, sul disegno di legge costituzionale governativo, approvato in via definitiva dalla Camera dei Deputati, il 12-4-16 e pubblicato sulla G.U.n°88 del 15-4-16, ormai noto
come “riforma della Costituzione” o, come dicono molti dei suoi oppositori, la sua “de-forma”.
A dire il vero, per  i tanti che l’hanno avversata nel corso della sua approvazione, per il merito e i metodi adottati dalla maggioranza parlamentare e, per  quelli che negli ultimi tempi si sono aggiunti, non mancano solide ragioni di fondo, e di varia natura, che inducono a sostenere il NO, a prescindere dalle competenze che,in materia costituzionale, posseggono.
La ragione principale, al di là di come la si pensa in proposito, è che, la portata del disegno politico che  viene sempre più evidenziandosi, comporta uno stravolgimento delle norme vigenti; la quantità di articoli sui quali si interviene in modo e misura diversa, è rilevante: 47 articoli su 139. Si enfatizzano le modifiche introdotte che mal si conciliano tra loro e in rapporto a quelle vigenti, risultando scarsamente efficaci.  Aumenta la confusione circa le competenze dei vari livelli istituzionali, oltre che l’accentramento dei poteri e del ruolo decisorio che esautora le autonomie locali e le regioni, su temi cruciali per la gestione e lo sviluppo dei territori.
 Esaminiamo alcuni degli argomenti, che vengono portati a sostegno delle scelte fatte. Si indicano l’abolizione del bicameralismo perfetto e la conseguente celerità nell’approvazione delle leggi, la stabilità (ma si lascia intendere la governabilità) assicurata, la riduzione della spesa della rappresentanza politica, la risposta all’esigenza di modernizzare le istituzioni, di metterle al passo dei tempi, per meglio agire e favorire un processo di sviluppo (non di crescita, che è altra cosa, qualitativamente parlando, da uno sviluppo qualsiasi) del Paese. E’ bene ricordare: la stabilità di un governo di per sé non è un valore se non la si valuta in rapporto alle scelte politiche che vengono attuate e praticate nei vari campi.
 Stabilità per fare cosa, come, quando, a favore di chi, nel rispetto dei ruoli e le funzioni degli altri organi costituzionali. Abbiamo avuto, anche nel recente passato, maggioranze politiche schiaccianti (dal famoso “pentapartito” all’ultimo governo Berlusconi) che, di fronte all’incapacità di governare , si sono comunque dissolte. A riprova che non è questa la chiave per vedere risolti i problemi. A parte il deprecabile fenomeno del passaggio di “casacca”da un gruppo parlamentare ad un altro che ha toccato livelli patologici: sono oltre 250, ovvero il circa il 28% del totale.
Una prima osservazione intanto va fatta, rispetto ai bisogni veri e reali dei cittadini.  L’effettiva e piena applicazione dei principi sanciti nella Costituzione: dal lavoro  alla salute, dalla cultura alla condizione dei giovani, dall’istruzione alla tutela del territorio e del paesaggio, per citarne alcuni tra i più importanti, non c’è stata a causa delle errate scelte politiche ed economiche o della mancata “riforma della costituzione”? La Costituzione è da applicare e migliorare, non da demolire. Si è anche  attribuito, alla cosiddetta “riforma”, una forza e capacità risolutrice di vecchi e nuovi problemi se approvata, mentre si prevedono effetti catastrofici se viene respinta (anche se legittimamente). Del resto il Presidente del Consiglio lo ha detto chiaramente: “utilizzerò anche la demagogia” per vincere.
In concreto, al di là degli annunci, le modifiche apportate e sistemate in commi ed articoli, che rimandano ad altre norme, da adottare successivamente, creano confusione ed incertezza. Le ragioni del NO sono chiare e puntuali all’impianto che si intende far approvare. Senza dimenticare il metodo seguito nel corso dei vari passaggi per l’approvazione del disegno di legge costituzionale, forzando i tempi, pretendendone l’approvazione come governo, sostituendo componenti di commissioni parlamentari perché contrari, forzando regolamenti e non riuscendo a farla diventare o a farla sentire, questo il limite più grande, come necessaria e prioritaria per il Paese, rispetto agli altri temi, molto, ma molto più urgenti e gravi.
Si sostiene che sono decenni che si parla di alcune modifiche senza realizzarle mai, facendo intendere che non si sarebbe quasi mai messo mano alla Costituzione. Giova ricordare che, dal 1948, il numero delle leggi costituzionali approvate, vale a dire che hanno modificato la Costituzione, sono 40. Si è quasi sempre trattato di piccole integrazioni e aggiornamenti. Mentre nel 2001 il Centrosinistra modifica il titolo V (Parte II della Costituzione), nel 2006 il Centrodestra cerca di modificare radicalmente la II Parte, senza riuscirci, perché 16 milioni di italiani, bocciano con il referendum, “il federalismo, la devolution e il premierato” proposto.  Quest’ultimo tentativo,di cui ci stiamo occupando (superamento bicameralismo paritario, riduzione del numero dei parlamentari, CNEL, Titolo V) sarebbe quindi la 41^ legge di modifica approvata. 
Quindi va giudicata per il metodo adottato, l’iter osservato e soprattutto il merito e la coerenza tra i propositi declamati o scritti e la realtà che si può intravedere nell’analizzare le modifiche introdotte. Anche a livello “quantitativo”, rispetto alla Costituzione di volta in volta vigente, si è fatto un calcolo percentuale di questi tentativi, riusciti o meno: nel 2001, il testo vigente è stato modificato per il 14%, nel 2006 il 37% e, con questa Legge Renzi-Boschi il 34%. Non si è lontani dalla verità quando si afferma che, senza accordo tra le forze politiche per procedere sulla via della riforma e visto il consenso raccolto, era inevitabile che si determinasse la divisione e  una forte opposizione nel Paese.  
La Costituzione non è fatta e non si modifica per l’attuazione di una determinata politica economica, ma per l’affermazione di principi di libertà, di uguaglianza, di dignità del cittadino, da valere per lunghi periodi di vita fino a quando non se ne intravede coralmente, l’esigenza di migliorarla, non di disattenderla e modificarla CONCRETAMENTE nei principi base, solennemente incisi nei primi 12 articoli.
Infatti, quando si vanno a leggere le modifiche proposte salta subito agli occhi come gli obbiettivi indicati sono solo declamati, non perseguiti coerentemente. Non è stato abolito il bicameralismo perfetto, non è stato semplificato il procedimento legislativo, come non si è rafforzata la sovranità popolare ma rafforzata la figura del Presidente del Consiglio, alterando nei fatti, i contrappesi esistenti, così come non si realizza una vera e significativa riduzione della spesa per la rappresentanza parlamentare; si poteva e si può fare di più e meglio. Le osservazioni tese a dimostrare la fallacità delle norme proposte sono innumerevoli e c’è solo l’imbarazzo della scelta.
Prima però è opportuno fare una piccola premessa. Tutti sanno che questa “riforma costituzionale” viaggia da sempre con la nuova legge elettorale (Italicum) approvata l’anno scorso con entrata in vigore posticipata (luglio scorso). Nel gergo ricorrente per dibattere i due temi, si utilizza l’espressione “combinato disposto” riferito ai due provvedimenti di legge che, pur distinti e separati, si integrano tra loro, determinando effetti che, non possono essere negati dagli autori: proprio perché pensati e voluti e perché rispondenti a scelte politiche di fondo che vengono da lontano, i cui protagonisti, i realizzatori, cambiano spesso. Quando non riescono più a realizzare la linea decisa, lo si vede anche in altri Paesi (in Europa e altrove) e non sono più utili alla “loro” causa, vengono chiamati altri esecutori. Così si manifestano gli interessi consolidati di varia natura, sovranazionali, economici, finanziari, speculativi, che curiosamente, si preoccupano della nostra Costituzione, perché vecchia e non moderna, troppo avanzata e non perché colpevolmente disattesa. Nei fatti, per esempio, gli articoli 3 e 48 della Costituzione, sono modificati. Per questo la si vuol cambiare, negando di farlo. Lo dimostra l’interesse, le pressioni, i pronunciamenti che si vanno continuamente manifestando, compresi leader politici e istituzioni europee, per l’esito del referendum. Farebbero meglio ad attuare altre politiche economiche, per superare la crisi duratura e tragica, che va sempre più aggravandosi in Europa; riformandosi loro, a beneficio dei lavoratori, dei cittadini, dei giovani, cercando di evitare le risposte politiche che premiano le spinte razziste e xenofobe, purtroppo presenti, e che vanno sempre più radicalizzandosi nei vari Paesi dell’Unione Europea.
Contrastando efficacemente e soprattutto il dominio assoluto della finanza e dell’economia sulla politica, sugli Stati, sull’individuo e i suoi diritti, o meglio, la sua dignità, anche se formalmente garantita e statuita, ma sempre più negata nei fatti.
Infatti, le norme della nuova legge elettorale, cosiddetta “Italicum”, non sarà mai inutile sottolinearlo, fatta perché la precedente, denominata opportunamente “porcellum” dal principale autore, è stata dichiarata incostituzionale dalla Corte costituzionale, e il Parlamento eletto con questa legge, doveva speditamente procedere all’approvazione di una nuova che la sostituisse, rispettando le indicazioni fornite. L’Italicum, al di là, anche in questo caso, del metodo adottato e delle forme che pure contano, va nella direzione di un esproprio della possibilità di scelta dei parlamentari, dell’accentramento del potere legislativo verso una singola forza politica, anche in caso di “ballottaggio”,  a prescindere dal consenso che si raccoglie in rapporto alla percentuale di elettori che partecipano alle elezioni. Tutto questo senza tener conto, della purtroppo innegabile tendenza, non solo italiana, a disertare le urne per l’incapacità delle forze politiche, di affrontare e risolvere i problemi, oltre che per gli aspetti negativi che, chi la rappresenta, mette in atto. Pensiamo alla corruzione e la distanza dal sentire comune e dai bisogni veri, reali dei molti cittadini che non riescono a vedere un futuro diverso da quello precario ed incerto che vivono.
Il potere ad una forza politica e, per questa via il rischio reale del suo conferimento ad uno uomo solo,  condizionerà pesantemente, la scelta dei rappresentanti all’interno degli organi costituzionali, sconvolgendo i rapporti tra i tre poteri (Legislativo, Esecutivo, Giudiziario), rafforzando quello esecutivo e indebolendo quello parlamentare. Questo, in assenza di una reale possibilità di controllo da parte delle opposizioni, incide sulla “sovranità” che, come recita l’art.1 della Costituzione, “appartiene al popolo”. Si condiziona anche l’elezione del Presidente della Repubblica laddove si è previsto che, dal 7° scrutinio sono sufficienti i 3/5 dei votanti (presenti in aula) e non più la maggioranza assoluta dell’assemblea (aventi diritto). Nei fatti è un ridimensionare, attraverso questa via, la sua rappresentatività e la base di consenso, e in definitiva il ruolo e il peso politico, al di là di come lo si esercita. Con questa legge elettorale, una volta assegnato il 55% (340 deputati) alla minoranza più forte (in caso di ballottaggio)  il restante numero di 290 deputati verrà diviso tra le liste che avranno raggiunto almeno il 3% privilegiando i capilista nominati dai segretari dei partiti, che potranno ancora candidarsi in un massimo di dieci collegi elettorali. Non si contrasta certo affermando che ci vuole “più politica e meno politici”, il qualunquismo e il populismo che avvelenando la vita politica italiana.
Un pasticcio, sul piano della elezione, viene fuori per i Senatori che passano da 315 a 100 (compreso i 5 nominati dal Presidente della Repubblica) senza essere eletti dal “popolo” ma nominati dai Consigli Regionali in occasione delle loro ultime tornate elettorali che hanno scadenze e maggioranze diverse tra loro e che, va da se, influiranno su quelle del Senato, a seconda dei risultati e dell’appartenenza politica. Determinando maggioranze variabili. Si potrebbero avanzare tante altre osservazioni ma una in particolare , quella riguardante la spesa che si ridurrebbe (a parte i calcoli fatti dagli uffici preposti che valutano in alcune decine di milioni e non di quanto ventilato dai paladini del SI) è questa: i consiglieri regionali e i sindaci che si sposteranno a Roma per partecipare ai lavori (oltre a non avere il dono dell’ubiquità) non costeranno nulla? Viaggeranno, dormiranno, mangeranno? Chi pagherà? Questo rappresenterà o meno una spesa che, da chiunque sostenuta, sempre pubblica sarà? Se si voleva ridurre la spesa c’erano e ci sono tanti altri modi e scelte da fare.  Il Senato, così ridefinito nella rappresentanza, nel sistema di nomina previsto, nei poteri attribuiti, nelle procedure legislative assegnate, vedrà complicarsi il ruolo e le funzioni, con chiari ed evidenti problemi di confusione e di conflitti di competenza con la Camera facilmente prevedibili. In proposito è fin troppo evidente la fallacità della soluzione prodotta. Basta leggere l’articolo 70 (tre pagine!) che ne elenca le competenze e quindi le varie ipotesi di partecipazione al processo legislativo, rispetto ai due righi oggi vigenti previsti in Costituzione: si tratta di complicazione, incertezza e confusione, non di semplificazione e tantomeno dell’abolizione del bicameralismo perfetto.
Tra le modifiche introdotte, c’è una che deve farci seriamente preoccupare, in particolare in questi tempi di guerre “locali” in atto, più o meno negate. Infatti, i nuovi Senatori, ridotti nel numero e con competenze modificate, partecipano alla elezione del Capo dello Stato, ma a deliberare lo “stato di guerra” sarà la sola Camera a “maggioranza assoluta” e non più le due Camere. Quindi il Senato può concorrere ad eleggere il Presidente della Repubblica, ma non può deliberare, unitamente alla Camera, sullo “stato di guerra”. Anche così si differenzia, contraddittoriamente, la rappresentatività di un ramo del parlamento,  riservando alla sola Camera dei Deputati dove, secondo la legge elettorale in vigore, la maggioranza farebbe parte di una sola forza politica e il cui Segretario ricoprirebbe, necessariamente l’incarico di Presidente del Consiglio: un enorme potere. 
Sul titolo V si è passati dall’attuale decentramento spinto, all’avocazione e all’accentramento della quasi totalità delle competenze allo Stato . Si contano 51 materie allo Stato, mentre una quindicina restano alle Regioni ma intervenendo solo sulla parte organizzativa. Sulla questione, per esempio del petrolio, sarebbe solo e soltanto lo Stato a decidere concretamente le condizioni e i rapporti con le aziende che estraggono la materia prima. In Basilicata ne sappiamo qualcosa e l’apposito referendum sulle cosiddette trivelle, sembra non aver insegnato nulla.
Un altro aspetto grave che viene strumentalmente sottaciuto è che le nuove norme non valgono per le regioni a statuto speciale che vedrebbero accrescere i loro vantaggi rispetto alle altre, già oggi significativo e comunque anacronistico. La partecipazione delle realtà territoriali e delle assemblee elettive locali quindi su tante questioni inerenti l’assetto e l’autonomia  dello sviluppo del proprio territorio, è nei fatti ignorata. 
Con la scelta della data del 4 dicembre si intende prolungare al massimo la campagna elettorale cercando di recuperare consenso alla linea del SI sfruttando strumentalmente il titolo della”riforma” che diventa il quesito referendario che potrebbe apparire sulla scheda da votare. E’ già da molto tempo, nero su bianco, provata la loro spropositata presenza con lo scompenso a favore del SI, nei diversi mezzi di informazione. Speriamo si possa recuperare quello che è stato segnalato ufficialmente e formalmente anche al Presidente della Repubblica.
 Da ultimo si è aggiunto anche il rinvio dell’esame “dell’Italicum” da parte della Corte costituzionale, per ora, a data da destinarsi, creando non pochi problemi sul piano temporale del suo pronunciamento. A tal  proposito, l’art.73 della riforma in questione, prevede che, prima della promulgazione di una legge elettorale per camera e senato, essa potrà essere sottoposta al vaglio preventivo della Corte costituzionale Così le si attribuirebbe un potere e un ruolo politico, che non può avere, qualunque fosse la sua decisione. Inoltre, in caso di dichiarazione di illegittimità costituzionale, la camera dei deputati, a maggioranza assoluta dei suoi componenti, può dichiararne l’urgenza e la legge è promulgata nel termine da essa stabilita. Non è chiaro poi se la stessa Corte, potrà occuparsene dopo la promulgazione della legge e pronunciarsi di nuovo (nel caso fosse investita nei termini di legge).
 In questa fase, altro fatto importante da registrare sul piano politico, è la decisione assunta dalla CGIL di indicare il NO per la votazione al referendum, motivandolo in concreto, rispetto alla riforma proposta (e in rapporto alla nuova legge elettorale).  Un pronunciamento significativo in rapporto alla natura, funzione e compiti di una organizzazione sociale di cui, questo governo tenta continuamente, e in parte è riuscito, a neutralizzarne l’azione. Adesso è necessario che si sviluppi l’azione più ampia, diffusa, capillare per informare i cittadini sui contenuti espliciti e nascosti tra e dietro le righe riportate nei provvedimenti. In questa battaglia è vero che ci può  essere chi voterà NO perché è contro il governo così come c’è chi voterà SI perchè a priori lo difende sempre e comunque (Marchionne, Confindustria,banche etc.) Ma lo sforzo da compiere deve essere quello di esplicitare fino in fondo le conseguenze delle scelte operate e guardare anche chi sono i favorevoli, quali interessi rappresentano, almeno a certi livelli. Il singolo cittadino dovrebbe porsi questi interrogativi. Semplificare (quando si riesce) per governare o comandare? Il solo cambiare per cambiare bisogna ritenerlo positivo o verificare se il cambiamento è idoneo allo scopo dichiarato?
Queste sono solo scorciatoie per avere mani più libere e decidere il da farsi, senza tanti impacci e con tanti saluti al bisogno di più democrazia concreta, di possibilità di incidere e di contare sui processi di sviluppo e di crescita della società italiana, per la sua qualità rispetto ai problemi quotidiani ed esistenziali di tantissima parte della popolazione. Per queste ragioni dobbiamo impegnarci di più nei comitati per il NO, nelle associazioni, nelle organizzazioni politiche e non, per la vittoria del NO che blocchi questo ulteriore tentativo, così come si è bloccato quello del centrodestra del 2006.
 Due parole infine, sull’ANPI, l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia che, sull’argomento si è spesa dall’inizio di questa vicenda, che ha discusso e confermata la sua posizione democraticamente in tutto l’iter congressuale e che per questo è stata oggetto (non sono cessati) di attacchi per aver detto NO. Anche ai dirigenti, anche alla sua esistenza oggi. Un’associazione quella dell’ANPI (non da sola), che è tutt’una con la Costituzione e che, senza negare il principio (peraltro fissato nella stessa Costituzione, di poterla aggiornare) è stata ed è sensibile e reattiva ai tentativi di stravolgerla negandone i principi ispiratori. Essa contribuisce in maniera significativa, laddove è presente, alle iniziative che sono state prese e alle altre che si stanno programmando, da sola e/o attraverso i comitati del NO di cui fa parte.
 In questa battaglia politica che ha già segnato e segnerà ancor più, dopo l’esito del referendum, la storia politica e sociale del nostro Paese, a nessuno è consentito mettersi da parte ed affermare che questo importante e decisivo fatto non gli interessa, rimanendo indifferente. Domani potrebbe essere troppo tardi, e a nulla servirebbe l’eventuale pentimento. 
I discorsi circa baratti o intenzioni di cambiare l’Italicum, per far passare la cosiddetta riforma della Costituzione, non devono ingannare nessuno, così come i probabili e numerosi sondaggi che si pubblicheranno non devono far desistere dal lavoro per una netta e secca vincita del NO, espressione di coraggio e di responsabilità, di scelta consapevole ed informata sulle reali conseguenze di una malaugurata sua approvazione. La cosiddetta riforma Renzi-Boschi è quella sulla quale si voterà, a prescindere dal suo collegamento con la legge elettorale in vigore (Italicum) che, a sua volta, potrà essere modificata o sostituita, prima o dopo il pronunciamento della Corte costituzionale, ma sempre dopo aver svolto il referendum fissato per il prossimo 4 dicembre.
L a riforma di cui trattasi va respinta senza alcuna esitazione, per quello che propone e nessuna nuova legge elettorale per quanto “perfetta” possa essere, potrà giustificarne l’esistenza. Va semplicemente bocciata per riaprire rapidamente un confronto concreto e reale sulle poche cose da farsi molto celermente.
       
Rionero, 3 ottobre 2016                                                             
Alessandro Fundone
Presidente ANPI Provinciale di Potenza 

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