📰 Editoriale: "1935 Che ci fa un abito arbëreshë alla Seconda Quadriennale dell’Arte Italiana?" di Gianni Maragno.
La Seconda Quadriennale dell’Arte Italiana, tenutasi nel lontano 1935, rivive oggi nella maestosa cornice del Palazzo delle Esposizioni di Roma, dove una mostra commemorativa ne celebra l’eredità, fino al 18 gennaio 2026.
È un viaggio nel cuore pulsante del Novecento artistico, dove non stupisce ritrovare le opere dei grandi maestri Pirandello, Levi, Morandi, De Chirico, Martini, Sironi, nomi che hanno segnato la storia della moderna arte italiana.
Ma è una rivelazione inattesa a catturare lo sguardo e l’anima del visitatore.
È un magnifico abito tradizionale festivo femminile, databile tra il XIX e il XX secolo, proveniente da San Paolo Albanese, piccolo comune arbëreshë della provincia di Potenza.
Trattasi di un capolavoro tessile che incanta per la sua ricchezza e complessità: stoffe ricamate con fili d’argento e d’oro, seta operata, tulle finemente decorato, gros de Tours, damasco, pizzo Sangallo, broccato e raso di seta, liseré con volute metalliche, filigrana, cotone, mussola, lino, madreperla, tessuto di ginestra, lana, cartone, farina, crine, argento, pietre colorate di pasta vitrea...
Non è solo indumento, ma racconto, memoria, identità; è un frammento di mondo che si fa arte.
Quell’abito — esposto come reliquia e manifesto — sembra voler gridare al mondo che la bellezza, ovunque la si scopra, non può essere dimenticata, l’identità di un popolo non è un frammento da archiviare, ma un “tessuto”, anche in senso proprio, vivo, intrecciato di memoria e resistenza.
Ogni filo dorato, ogni ricamo, ogni fibra di ginestra parla di mani sapienti, di donne e uomini che tramandavano saperi antichi, di un’eleganza che non era ostentazione ma dignità.
San Paolo Albanese, come molte comunità arbëreshë, è oggi un presidio fragile ma tenace, forte di una cultura che ha attraversato secoli, guerre, confini, e che ora rischia di dissolversi nel silenzio.
Il dato demografico — 204 anime — non è solo una cifra, è il battito rallentato di un cuore che chiede ascolto.
È il segnale di un patrimonio che potrebbe svanire, non per mancanza di valore, ma per mancanza di sguardi. In prestito dal Museo della Cultura Arbëreshe di San Paolo Albanese, quell’abito sembra ergersi come l’ultimo presidio, il grido di resistenza di una civiltà che rifiuta di scomparire, che si oppone con fierezza all’oblio e alla cancellazione.
Non è solo un manufatto: è una voce che parla.
E tra le sue fibre, tra i suoi ricami preziosi, si nasconde una storia sorprendente.
È realizzato con tessuto ricavato dalla pianta della ginestra, pratica che, per secoli, ha permesso alle comunità lucane di produrre stoffe utilizzando quanto il territorio offriva generosamente.
La ginestra — pianta, come è noto, dai fiori gialli, splendenti, quasi solari — veniva raccolta; il suo gambo, cardato con pazienza, finiva trasformato in un filato resistente e luminoso.
Era un’arte umile e ingegnosa, che consentiva anche ai più poveri di vestirsi dignitosamente, facendo della natura una compagna e non una risorsa da sfruttare.
Oggi, queste pratiche e queste microeconomie sono state travolte dal consumismo, che induce a dimenticare, a sostituire il “fatto a mano” con il “fatto in serie”, con perdita di manualità, identità, autonomia.
Eppure proprio queste attività, questi saperi antichi, potrebbero rappresentare una via di sopravvivenza per i piccoli centri dell’entroterra, restituendo valore al territorio e futuro alle comunità.
San Paolo Albanese, come molte realtà della Basilicata, combatte da sempre la mancanza di lavoro con l’emigrazione; lo abita un popolo, quello arbëreshë, che, abituato a peregrinare in cerca di un destino migliore, affidò al lavoro le speranze del suo riscatto.
Speranze che talvolta si sono infrante tragicamente.
La storia del piroscafo “Utopia”, affondato nel 1891 nel porto di Gibilterra, tragica e dimenticata, è emblematica.
Dodici vite di San Paolo Albanese, di emigranti, discendenti dal popolo arbëreshë giunto in Lucania, furono spezzate inseguendo l’utopia sull’Utopia.
Chi volle accompagnare La Seconda Quadriennale dell’Arte Italiana, tenutasi nel lontano 1935, forse ha voluto dire anche qualcosa di più, un monito.
Unendovi un abito arbëreshë, intriso di sudore e sofferenza, forse volle dire a tutti che l’arte, in qualunque forma si realizzi, bisogna che sempre trasudi profonda e “antica” umanità.

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