In questo periodo la Lucania è in fermento per le imminenti riprese del
nuovo film di Mel Gibson, sequel dell’arcinoto The Passion che tanta
fortuna ha dato, oltre venti anni fa, al regista e anche a Matera, quale
location arcaica e irripetibile.
Ci fu un tempo che rimane il precursore
della ricerca di una Lucania antica e intatta come da secoli e forse
millenni: una ricerca fatta di scatti, immortalata da grandi interpreti della
fotografia. Opere di gusto essenzialmente neorealistico, come quelle
realizzate da Arturo Zavattini, figlio dello scrittore sceneggiatore e regista
Cesare, padre del neorealismo del cinema, appunto. Esse si inquadrano in
una stagione di rinnovamento culturale e di impegno civile.
Le fotografie
di Zavattini sono oggetto di un rinnovato interesse critico, in particolare a
opera degli antropologi.
Sessanta immagini che si possono osservare nel
volume Arturo Zavattini fotografo in Lucania, di Francesco Faeta (Federico
Motta Editore, Milano).
Si tratta di scatti realizzati a Tricarico (Matera) nel
1952, nell'ambito della prima spedizione etnografica condotta da Ernesto
de Martino.
Sono le prime immagini realizzate in quel variegato
repertorio, proseguito nel tempo con il lavoro di operatore
cinematografico e di direttore della fotografia.
Nel 1951 Arturo si muove
nel mondo del cinema grazie a Vittorio De Sica che lo aveva presentato ad
Aldo Graziati direttore della fotografia sul set di Umberto D. film
sceneggiato dal padre, Cesare.
Attività che proseguirà al fianco di autori
come Fellini, Magni, Ronconi.
Sono diversi i volumi dedicati ad Arturo
Zavattini, sempre a cura di Faeta, in grado di scoprire uno dei più sensibili
fotografi della realtà italiana, a partire da quegli anni caratterizzati dalla
Guerra Fredda.
E che sono anche quelli della ricostruzione italiana, della
rivoluzione a Cuba e delle prime imprese spaziali.
La fotografia, per Arturo
Zavattini, è “un modo di far poesia attraverso scatti come versi, dettati da
un’emozione, da un desiderio empatico di approssimarsi, così che la vita,
colta nell’attimo, trascorre nell’immagine e si fa vita partecipata.
E allora
si costruiscono storie che emergono da una quotidianità di gesti, opere e
rapporti umani, che ne tracciano la trama.”
Un filo che è soprattutto il desiderio di rappresentare gli umili e il loro
mondo.
Pagine suddivise come sequenze, capaci di indurre alla riflessione
su un mondo arcaico, scomparso, che il grande cinema sarà capace di
riproporre, ragguagliandoci ad un cinema senza tempo.
Armando Lostaglio

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