E’ stato presentato presso il centro Visioni Urbane in una affollata serata
di letteratura, il libro di Michele Libutti Signori, si ride (Nuova Prhomos,
2026).
Promosso da CineClub “V. De Sica – Cinit, ha visto la filologica
relazione di Paola D’Antonio, docente all’Unibas, con la conduzione di chi
scrive, introdotto dal clarinetto di Massimiliano Di Lucchio con brani da
film, in un talk con l’autore che ha raccontato diversi episodi a compendio
del libro.
Composto da una ventina di racconti brevi, Michele Libutti
conduce il lettore in situazioni ironiche e sarcastiche.
Di seguito il nostro
commento al testo.
Articolare storicamente il passato non significa riconoscerlo come è stato
veramente. Significa impadronirsi del ricordo che lampeggia nell'attimo
del pericolo.
Lo scrive Walter Benjamin, filosofo tedesco: pericolo inteso
come ricordo che possa svanire per sempre.
Per questo, l'ultimo libro di
Michele Libutti, Signori, si ride, gioca con episodi e personaggi ironici,
fissa il momento, ne articola storicamente il vissuto, eleva a dignità
narrativa persone passate nell'oblio.
Egli agisce con la penna ormai da
decenni (siamo alla 24^ pubblicazione) mediante storie in “agrodolce” e
anche con poesia e messinscene teatrali: l’autore scrive pagine colme di
episodi semplici quanto riflessivi. Come è nel suo stile, del resto, come nei
precedenti lavori, avendo con lui un confronto pressoché quotidiano.
L'autore ha mutuato in un quarantennio l’impegno di medico e scrittore
da precedenti tanto illustri (come Cronin, Cechov, lo stesso Carlo Levi).
Così Libutti, nella maniera di raccogliere i messaggi che lancia la strada, o
il suo stesso studio medico, o le reminiscenze di lunghi decenni di
apprendimenti, classici quanto scientifici.
Gli oggetti e le persone
rivestono la funzione di mediatori ed in una certa profondità rimandano a
ciò che eravamo, a ciò che siamo, a ciò che vorremmo essere.
La scrittura
di Libutti ci allontana dal nostro panorama consueto, orlato dal ricamo
sdolcinato dei colli che ci videro crescere e maturare: ci conduce in
universi altri, in cerchi concentrici, o ad ellissi che probabilmente ci
relazionano sempre qui, dove si è nati e cresciuti.
Ma i voli dei racconti
così argomentati consentono di andare ben oltre, verso umanità che altri
scrittori o grandi registi (Woody Allen, Bob Altman, Ettore Scola) hanno
saputo conferire con una portata più poliedrica, parlando con ironia di
vita e di morte senza la tensione dovuta.
Non si comprime la sua scrittura
in situazioni anchilosate, fa discutere del tempo e della vita. Già, il tempo,
nel senso greco, kairos.
Come Il personaggio che va con la scala per tetti a
scorgere passioni di coppie in amore (ricorda Canaletto a Venezia, in giro
con la scala per calle e campielli per carpire altre prospettive); Penelope
ed Ulisse accompagnati da Onda su Onda di Paolo Conte.
Le
rappresentazioni teatrali che aprono e chiudono la raccolta dei venti
racconti: quella in treno rimanda al Sarchiapone di Walter Chiari e Carlo
Campanini.
Vige infine una gradevole semantica vagamente anarchica, un
filo che collega i suoi precedenti paesaggi umani, talvolta animali e cose,
di persone e manie, dal sapore forse nostalgico, di quel che eravamo.
Ma
forse di quel che potremmo migliorare, dentro e fuori di noi.
Armando Lostaglio





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