Donato Antonio Loscalzo non si limita a firmare il racconto: nel suo volume dal titolo TRENTAMINUTI riprende la sua esperienza biografica, condivisa da molte generazioni di lucani costretti a emigrare nonostante – o forse proprio a causa di – un elevato livello di istruzione, costituisce la matrice interpretativa dell’intera narrazione.
Tale condizione, divenuta nel tempo una ferita collettiva, orienta lo sguardo dell’autore e conferisce al testo una prospettiva interna, radicata in un vissuto che continua a interrogare il presente.
Il Mezzogiorno evocato coincide con quello che lo ha spinto a partire, un territorio che ancora oggi vede allontanarsi le sue risorse più qualificate.
La profonda familiarità di Loscalzo con il mondo greco antico gli consente inoltre di individuare continuità simboliche e culturali tra epoche distanti, configurandolo come un interprete capace di collegare stratificazioni millenarie e modernità incompiute.
La vicenda trae origine da un antefatto popolare accetturese, trasmesso oralmente: la ribellione di un parroco all’invasione sabauda, episodio conservato dalla comunità come nucleo identitario.
Loscalzo recupera questo frammento di memoria e lo rielabora in forma narrativa, restituendogli dignità letteraria e sottraendolo al rischio di dispersione.
Il rapporto tra passato e presente assume così un valore strutturale: il primo diventa specchio interpretativo del secondo, mentre il secondo ritrova nel primo la propria radice.
La scelta del 1864 come anno di ambientazione non è neutra.
In quel periodo la Basilicata registrava una popolazione superiore a quella attuale, mentre nello stesso arco temporale il numero complessivo degli abitanti del Belpaese è triplicato.
Il racconto si configura pertanto come una riflessione sullo spopolamento, sulla disgregazione delle comunità e sulla progressiva erosione di un tessuto umano un tempo vitale.
L’autore conosce intimamente questa dinamica, e la sua scrittura ne porta il segno: un’emozione trattenuta ma persistente, che supera la dimensione della mera ricostruzione storica.
La montagna materana, pur rimanendo sullo sfondo per ragioni di economia narrativa, emerge come un territorio ricco di sedimentazioni culturali.
La foresta di Gallipoli, con i rituali solstiziali de La Petra de la Mola, offre uno dei fenomeni più suggestivi dell’intero paesaggio: a mezzogiorno il sole si posa con precisione nell’incavo della roccia, mentre al tramonto l’ultimo raggio di luce penetra una stretta fenditura, generando una ierofania che annuncia l’arrivo dell’inverno e la conseguente scarsità di risorse.
Questo duplice allineamento, che rivela una conoscenza antica dei cicli celesti e un rapporto rituale con il territorio, attira studiosi e archeoastronomi per la sua evidente portata arcaica e simbolica, e rappresenta una delle molteplici sorprese che questo paesaggio custodisce.
A essa si affiancano altri elementi: la città perduta riportata alla luce nei primi anni del Novecento e successivamente ricaduta nell’oblio; i riti in cui si intrecciano culti pagani cristianizzati e prime innovazioni agricole; Accettura, primo comune lucano ad adottare concimi chimici.
L’insieme delinea una Basilicata complessa, articolata, sospesa tra tradizione e progresso.
In questo contesto il mito non assume la forma del folklore, ma quella di un’identità ancora operante; la modernizzazione non cancella il passato, ma lo interroga e lo mette in tensione. Il sentimento che attraversa il testo è quello del rimpianto per un paese un tempo densamente popolato – scuole affollate, una presenza diffusa di bambini – oggi abitato prevalentemente da anziani silenziosi.
Si tratta di un dolore che l’autore non dissimula, poiché coincide con la sua stessa traiettoria esistenziale: quella di chi è stato costretto a partire e osserva il proprio luogo d’origine con un misto di nostalgia e resistenza interiore.
All’interno di questo quadro, la ribellione del parroco, la reazione della comunità, l’intervento del vescovo e la dialettica tra fede, superstizione e potere assumono un valore simbolico che trascende l’episodio locale.
Essi rappresentano un Sud che da secoli oscilla tra radicamento e diaspora, tra resistenza e trasformazione. I
l risultato è un racconto essenziale nella forma ma denso di significati, capace di evocare un intero universo culturale e di restituire la voce di una terra che continua a interrogarsi sulla propria identità e sulla possibilità concreta di vedere scomparire interi paesi, svuotati delle loro comunità e della loro memoria condivisa.
In quelli che furono i territori magnogreci persistono i crismi di valori e consuetudini, dalla sacralità dell’ospite alla predisposizione alle feste, che fanno della montagna materana un ecosistema ancora non ossidato né corrotto dal modello di vita imperante; e ciò accade perché esiste ancora qualcuno, come Loscalzo, che recupera temi e avvenimenti e ne fa dono ai lettori.

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