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📰 Recensione. Tra Hollywood e senzatetto, il diario di Emanuela Del Zompo sul mito Usa


Un viaggio che nasce come occasione professionale e finisce per trasformarsi in una domanda personale, quasi urgente: il sogno americano è ancora vivo? 
Con My American dream, Kaira’s Journey: the other side of America, Emanuela Del Zompo firma il suo primo documentario, diretto e prodotto in California, scegliendo il linguaggio del diario per raccontare luce e crepe degli Stati Uniti.
Un diario di viaggio nato da un invito 
La scintilla scatta con il Wide film and music festival, che invita Emanuela Del Zompo negli Stati Uniti per presentare il cortometraggio Death’s Fairy, arrivato su Rai Play nel 2021. 
Quel lavoro, a sua volta, nasce dal fumetto La leggenda di Kaira, distribuito da Amazon. 
In quel contesto, l’autrice-regista decide di non limitarsi alla vetrina dell’evento e di prendere in mano la videocamera, scegliendo di fissare impressioni e stati d’animo in un racconto personale e contemporaneo. 
 È così che prende forma un “diario di viaggio” pensato per entrare nello scintillio di Hollywood senza restarne abbagliati. 
Lo sguardo non è quello di chi colleziona cartoline, ma di chi prova a misurare la distanza tra ciò che si sogna e ciò che si incontra davvero. 
Il progetto resta indipendente e porta addosso, senza filtri, la cifra di un lavoro costruito “in prima persona”, fino a una scelta narrativa netta: niente chiusura definitiva, perché la storia non termina con un “THE END”, ma si riapre con un “TO BE CONTINUED”. 
 Dalla vetrina di Hollywood alle sue ombre Il percorso attraversa tappe precise e riconoscibili: si parte da Los Angeles, si scende verso San Diego, poi si prosegue fino a Las Vegas e dintorni. 
Lungo la strada, Emanuela Del Zompo filma emozioni e impressioni, alternando il racconto diretto alle interviste, in particolare a diversi italoamericani incontrati per restituire il volto di Little Italy. Ne esce una trama di voci e accenti in cui la memoria dell’emigrazione si intreccia al presente, con storie di immigrati italiani capaci di affermarsi in America. 
Ma il documentario non si ferma alla superficie: accanto alla “mecca del cinema” entrano in campo povertà e diseguaglianze, la vita degli Homeless e le proteste contro Trump. 
È in questo contrasto, tra la promessa e la fatica, che si apre la domanda centrale: esiste ancora il sogno americano o è diventato un’idea ormai obsoleta, buona solo da inseguire nei racconti? 
La regista lascia che siano le immagini e gli incontri a spingere il pubblico a cercare una risposta, senza scorciatoie. 
 Voci, montaggio e contributi 
 dare ritmo e compattezza al racconto contribuisce un lavoro corale ben definito: la voice over in inglese è affidata a Luisa Massidda, mentre il montaggio porta la firma di Antonello Martone. 
Per le immagini registrate a Las Vegas è indicata la supervisione del regista messicano Sergio Solares. 
Dettagli tecnici che, in un progetto così personale, diventano parte della sua identità: non “aggiunte” ornamentali, ma mani diverse che aiutano il film a tenere insieme intimità e racconto pubblico. 

 Armando Lostaglio

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