Sono diverse settimane ormai che, tornando a casa, passate le sette di sera, dal portone dei miei vicini vedo sbucare tre simpatiche bambine: chi in bici, chi col monopattino, che in un lampo scompaiono in direzione dei giardini dietro casa. Le seguono, poco distanti, i loro genitori o nonni. Da lì le si sentono schiamazzare, ridere e scherzare in compagnia di altrettanto vivaci coetanei, fino ad oltre la mezzanotte.
La mattina e il pomeriggio, invece, stanno chiuse nei loro appartamenti, tra mura climatizzate che le proteggono dal clima torrido di queste estati infernali. Ripenso a quando avevo la loro età, a quello spensierato periodo estivo in cui le uscite notturne erano solo una piacevole eccezione: giocavamo all'aperto da subito dopo colazione al tramonto. Il problema erano gli spazi, che mancavano e ci si arrangiava col marciapiede del palazzo, o con prati lasciati spesso all'incuria.
Oggi, che invece ogni quartiere ha almeno una bella area attrezzata, con altalene e scivoli, panchine e una buona superficie per giocare a rimpiattino o a rincorrersi, mancano chi li abiti, almeno di giorno, e questo per tutte le vacanze estive. Non appena le temperature diverranno vivibili, sarà già ora di tornare sui banchi di scuola, andare a lezione di nuoto o violino per i più fortunati, mentre per gli altri resterà lo smartphone, e non ci sarà più tempo libero da passare all'aria aperta.
Dovremmo forse preoccuparci un po' di più per l'infanzia che stiamo concedendo ai nostri figli e per l'ecosistema che lasceremo nelle loro mani una volta adulti. Così non è, o forse ci sono cose più importanti cui i grandi si devono occupare.
REDAZIONE SPECIALI & EDITORIALI
Servizio e riflessione a cura di Marco Lombardi

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