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📰 L'Opinione di Marco Lomabardi: Il focolaio milanese


ANALISI E OPINIONI

Gli assalti e le proteste a Milano: analisi e punti fermi

Gli assalti, i vandalismi, le devastazioni che hanno travolto Milano in questi due giorni, sono certo l'opera di delinquenti, sciacalli, ragazzini convinti di giocare in una realtà virtuale senza conseguenze. Sono però anche un qualcosa che era plausibile aspettarsi dopo i fatti di Parigi. Se questo qualcosa sia classificabile come un sintomo, una causa, o un malessere passeggero, è difficile a dirsi, ma qualche punto fermo si può già stabilire.

Primo, la gioventù italiana, negli ultimi anni divenuta poco incline alla partecipazione e alla mobilitazione, ha recentemente mostrato segni risveglio, esprimendo il proprio dissenso alla devastazione climatica, a una riforma istituzionale ritenuta sbagliata, alle oppressioni dei popoli da parte delle grandi potenze, al rischio di una guerra globale. Partecipando molto sui social, ma non solo come mero passatempo fine a se stesso, perché dai social passano tutta una serie di contenuti, alcuni fake, altri assolutamente reali, che sfuggono al controllo di una normale redazione giornalistica.

Secondo, si sta forming un nucleo di giovani, più o meno collocabili geograficamente nelle periferie dei grandi centri urbani, con un potenziale di violenza che non vedevamo dagli anni di piombo. Allora erano le ideologie politiche ad armare ragazzi e ragazze, stavolta sono i fragili contesti familiari di provenienza, l'impossibilità di accedere ai beni di consumo della cui pubblicità si è bombardati, l'esclusione da percorsi anche solo illusori di istruzione elevata e professioni remunerative. Non leggono di politica e i loro riferimenti sono spesso cantanti che rimano di abusi, poteri forti e rivolte. Molti di loro sono immigrati di seconda generazione ed è bene chiarirlo subito, l'opzione reimmigrazione è pura follia da venditori di fumo.

Terzo, il disagio giovanile, così variegatamente composto, si colloca in un contesto di generale imbarbarimento del conflitto sociale, cui la politica non può pensare di fare fronte come accadde, appunto, durante gli anni di piombo e cioè col bastone della tolleranza zero e con la carota delle grandi riforme sociali, perché ad oggi resterebbe solo il bastone visto che le casse dello Stato sono troppo vuote e gli attori politici troppo deboli per attuare politiche redistributive andando a prendere i soldi per finanziarle dove ci sono.

Quarto, in assenza di tali riforme è presumibile che si stia creando un consenso strisciante verso certe forme di violenza, specialmente tra chi ha meno di trent'anni d'età, magari non espresso esplicitamente. Cova nella mente di un numero crescente di italiani, magari quelli che non vanno a votare, magari quelli che non arrivano alla fine del mese, magari quelli che non possono essere assistiti da un servizio sanitario nazionale al collasso. In parte dell'opinione pubblica e non parlo di esponenti politici, tutti ovviamente contro le devastazioni, non si percepisce uno sdegno unanime, casomai, tra il serio e il faceto, l'invito a rivolgere la rabbia verso altri bersagli e cioè i palazzi del potere.

Quinto, si tratta una di conflittualità che è diversamente manifestata. C'è chi per avere l'attenzione dei mass media deve bloccare le autostrade con i tir e impedire che la merce arrivi sugli scaffali della grande distribuzione e c'è a chi è sufficiente un'alzata di sopracciglia affinché due vice presidenti del consiglio battano i tacchi e minaccino di far saltare il tavolo di una legge finanziaria. Qui l'errore più grosso che lo Stato dovrebbe evitare di fare e che invece sta regolarmente facendo è di riservare diversa attenzione agli attori della protesta in base alle forme di azione che essi adottano, perché queste sono il più delle volte non una scelta deliberata ma una scelta obbligata: se a tutti loro bastasse un dispaccio stampa per ottenere un consiglio dei ministri dedicato, le forze dell'ordine potrebbero occuparsi di altro, piuttosto che andare in piazza a dover, nella migliore delle ipotesi, controllare eventuali facinorosi, nella peggiore a subire offese e botte con una capacità di reazione, almeno finora, impari. La punizione legittima di chi protesta con violenza, non deve accompagnarsi ad una chiusura cieca e sorda verso le istanze che seppur con tali modalità criminali sono portate avanti, né tantomeno prendere le violenze come un pretesto per lavarsi le mani dal dovere di governare.

In conclusione, facendo confluire tutte queste parole nelle proteste di Milano, ricordiamoci attentamente cosa fece circa venti anni fa l'allora ministro degli interni francese Sarkozy di fronte ai primi episodi di protesta violenta nelle banlieu parigine. Egli bollando senza appello come "feccia" i giovani scesi nelle strade e mandandogli contro una gendarmerie armata fino ai denti, da un focolaio circoscritto, come è quello milanese, fece scoppiare un incendio indomabile in tutta la nazione. Che la storia ci sia da monito, almeno stavolta, anche se le premesse, purtroppo, non sono le migliori.
TG7 Basilicata – Redazione

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