GIUSTINO FORTUNATO E L’AZIENDA DI GAUDIANO Nostra intervista con Michele Traficante studioso della famiglia Fortunato. di Leo Vitale
Il
centro agricolo è stato croce e delizia dell’illustre parlamentare rionerese.
È noto il
ruolo rilevante che Giustino Fortunato ha avuto nella storia del Mezzogiorno
d’Italia, di cui ha evidenziato i mali e ne ha proposto le soluzioni. Egli è
vissuto tra Rionero, Napoli e Roma, ma soprattutto ha focalizzato le sue
riflessioni nella quiete del suo “piccolo santuario” che era Gaudiano, centro
agricolo messo su e diventato fiorente per opera dei fratelli Luigi ed Ernesto.
Quale il legame di Giustino Fortunato con
l’azienda di Gaudiano? Che cosa è rimasto di tale opera? Abbiamo al riguardo
posto alcune domande al giornalista Michele Traficante, appassionato studioso
della figura dell’illustre parlamentare rionerese e conoscitore di questo luogo
da lui spesso visitato.
Cosa ha rappresentato questo luogo per don
Giustino?
Veramente i Fortunato avevano un’altra masseria
nella contrada Querce dell’agro di Barile, a pochi chilometri da Rionero, ove
don Giustino si recava spesso a piedi o con il calesse. Indubbiamente, però, questo posto di Gaudiano
è stato uno dei luoghi cari, se non proprio il più caro, a Giustino Fortunato. Qui trascorreva la maggior parte del suo
tempo quando ritornava da Napoli o da Roma.
Infatti, buona parte delle lettere
che don Giustino scrive ai suoi tanti corrispondenti è proprio datata da
Gaudiano.
Perché
don Giustino era così legato a Gaudiano?
Era orgoglioso dell’eredità degli avi, dal
capostipite Carmelio Fortunato (1701-1773), al bisnonno Cherubino (1743-1807)
e, in particolare, al nonno Anselmo (1782-1843) e al padre Pasquale
(1814-1879), i quali da qui dalla seconda metà del Settecento, prima come affittuari
e poi come proprietari, costruirono le loro fortune imprenditoriali come
allevatori ed agricoltori. Don Giustino ha sempre seguito con i fratelli Luigi
(1857-1913) ed Ernesto (1850-1921) il continuo ingrandirsi e svilupparsi
dell’azienda, tanto da diventare un modello per l’intero Mezzogiorno d’Italia.
Infatti, con i due fratelli minori verso la fine del 1800, dopo l’incendio
dell’originaria abitazione padronale, costruirono l’attuale palazzina su
progetto dell’architetto napoletano Gustavo Scelzo sullo stesso stile
architettonico del palazzo di Rionero. Nello stesso tempo vollero costruire
anche la graziosa chiesetta intitolata a san Pasquale Baylon, in onore del
padre Pasquale.
Il centro morale e spirituale della
sua attività, pertanto, restava sempre Gaudiano, dove si recava tutte le volte
che poteva. L'azienda familiare, guidata dal fratello, era per don Giustino
anche un modello economico e sociale. Molte delle sue idee, richieste e
proposte politiche traevano origine dall'osservazione dell'esperienza di
Gaudiano.
Fra don
Giustino e il fratello Ernesto vi era un legame fortissimo. Si può dire che
l’uno viveva per l’altro. Perché?
Qui, a Gaudiano, don Giustino amava seguire
l’andamento del progressivo sviluppo dell’azienda soprattutto grazie alle
capacità innovative del fratello Ernesto sia nel settore zootecnico
(allevamenti di pecore, capre, buoi, cavalli ecc.) e sia cerealicolo ed
erbaceo. Gli piaceva stare in mezzo ai contadini, cogliere nei loro occhi il
desiderio di riscatto per sé e per le comunità in cui vivevano. Da ciò don
Giustino traeva riflessioni per la sua attività di studioso e di parlamentare,
quale fautore della famosa “Questione meridionale”. E poi don Giustino poteva
fare la vita del “politico” e dello “studioso” grazie al lavoro
del fratello Ernesto che non gli faceva mancare nulla. " Gran merito il mio - confessava il grande
meridionalista rionerese - studiare, viaggiare, andare a Roma, sedere in una
poltrona a Montecitorio, fare il signore. Il merito è di mio fratello Ernesto e
alla gente che lavora con lui a Gaudiano. Mio fratello, sì, laggiù, solo nella
steppa... ".
Come sappiamo, dopo l’attentato subito a Rionero
nel 1917, don Giustino non tornò più né a Rionero né a Gaudiano. Forse allora
sentì nostalgia della sua azienda di Gaudiano.
Dobbiamo evidenziare che questo luogo e
quest’azienda sono stati anche croce e delizia per don Giustino. Delizia, quando vedeva e godeva il
progressivo fiorire dell’azienda, ammirata da grandi uomini politici, fra cui
il presidente del Consiglio Giuseppe Zanardelli che la visitò nel 1902, e da
tanti autorevoli agronomi ed economisti. Per questo egli andava fiero degli
eccellenti risultati ottenuti dalla sagacia e lungimirante opera del fratello
Ernesto verso il quale don Giustino manifestò sempre infinita gratitudine. Croce, e pesante pure, quando, dopo la
morte improvvisa del fratello Luigi avvenuta nel 1913, l’unico dei fratelli a
prendere moglie (nel 1880 sposò Isabella Giusso da cui ebbe il figlio Pasquale
morto ad appena cinque anni e la figlia Antonia, prese il nome della nonna
paterna, andata in sposa al principe palermitano Antonio Alliata di Saponara).
Seguì poi il forzato allontanamento da Gaudiano del fratello Ernesto, sempre
nel 1913, per una grave malattia agli occhi che lo costrinse a trasferirsi
presso il fratello Giustino a Napoli, ove morì nel 1921.
Allora tutto cadde sulle fragili spalle
dell’inesperto e sofferente don Giustino che dovette accollarsi la gravosa e
non più florida gestione del patrimonio di famiglia, che andava sempre di male
in peggio. Tanto che quando l’amministratore Gennaro
Catenacci da Rionero comunica il peggioramento della situazione finanziaria dei
Fortunato, la sorella di don Giustino, Anna, che viveva con lui a Napoli e lo
assisteva amorevolmente, ormai consapevole del declino della famiglia, si
rassegna e scrive in una lettera del 9 giugno 1932, ”… a me tutto questo non mi tocca per niente! Fallirà Fortunato come tanti
altri”.
Oggi il povero don Giustino forse si rivolta
nella tomba di fronte al grave stato di degrado in cui si trovano la chiesetta
e la palazzina che costituiva per il
lui il “piccolo santuario”.
L’amarezza
dell’amico Michele Traficante può mitigarsi se ci si adoperi a far ancora
rivivere a Gaudiano Giustino Fortunato. Sarebbe opportuno rimettere su la
palazzina e la chiesetta, in grave rovina per lo stato di totale abbandono,
sulle quali peraltro c’è il vincolo della Soprintendenza ai Monumenti, e farne
un piccolo museo che ricordi la cultura contadina del passato, sull’esempio di
quanto già abbozzato in una stanzetta della stessa palazzina egregiamente
arredata con testimonianze di attrezzi agricoli del passato dall’avv. Giovanni
Petrarulo di Lavello, uno degli attuali proprietari. Si avrebbe la rinascita
della zona per l’attrazione di visitatori, la cui presenza favorirebbe lo
sviluppo del turismo.
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