Una riflessione sulla resistenza del visibile nelle arti contemporanee
Introduzione
Nel corso della 76ª edizione del Festival di Sanremo, il 27 febbraio 2026, il Teatro Ariston ha dedicato un momento a Luigi Tenco. Nella serata delle cover e dei duetti, Chiello ha interpretato Mi sono innamorato di te, accompagnato al pianoforte dal M° Saverio Cigarini, riportando l’attenzione sulla voce del cantautore a quasi sessant’anni dalla sua scomparsa. Un omaggio essenziale, affidato alla nuda intensità del brano e alla sua
capacità di attraversare il tempo.
In un’altra direzione, ma nello stesso orizzonte culturale, si colloca il Trittico di Francesco
Guadagnuolo, anch’esso dedicato a Tenco. Le tre opere non nascono in relazione con l’evento sanremese e mantengono piena autonomia linguistica; tuttavia, osservate oggi, sembrano entrare in risonanza con quel clima
di rinnovata attenzione. Immagine e voce, pur distanti, riattivano ciascuna a modo proprio la sopravvivenza di una presenza che non può più essere immediata.
È in questa distanza - non in una vicinanza costruita - che si apre uno spazio di riflessione sulla traccia, sull’apparire e sulla fragile continuità delle forme. La musica evoca, la pittura trattiene: entrambe rendono percepibile ciò che sfugge alle parole.
La genesi del Trittico
Alla domanda sull’origine delle opere, Guadagnuolo risponde con un ricordo che precede ogni intenzione artistica: l’ascolto di Un giorno dopo l’altro durante un episodio di Maigret, quando era ancora
bambino. Quella voce, racconta, non fu una canzone ma un’improvvisa apertura, un sentimento non ancora
nominabile che lo avrebbe accompagnato nel tempo. La morte di Tenco, conosciuta più tardi, divenne una ferita
mai del tutto rimarginata, una verità emotiva che continuava a interrogarlo.
La Trilogia nasce da questo ascolto prolungato: non per raccontare una storia, ma per offrirle un luogo
in cui continuare a respirare. Ogni quadro è concepito come un avvicinamento prudente, un tentativo di dare
forma a un’emozione che non appartiene solo al cantautore ma a chiunque si riconosca in quella fragilità.
L’artista non cerca consolazione: cerca memoria, nella sua forma più nuda.
Testo critico
La logica della traccia
Il Trittico, realizzato in tecnica mista e collage, si presenta come un luogo in cui la presenza non
coincide mai con la sua immagine. Il volto non s’impone come ritratto, ma affiora come un’apparizione instabile, una figura che emerge dalla materia con la stessa esitazione di un ricordo che tenta di farsi visibile. La superficie è un campo di tensioni: luce e frattura convivono senza risolversi, come se l’immagine portasse in sé ciò che non può più essere presente.
La traccia non è un resto, ma una forma di sopravvivenza. Ciò che continua a vivere non lo fa per identità, ma per capacità di generare ancora un’apparizione. La luce dell’ultimo pannello non illumina un volto compiuto, ma la sua possibilità: non ciò che Tenco è stato, ma ciò che continua a interrogare.
Tre quadri che non ricostruiscono, ma evocano; non cercano la cronaca, ma una verità interiore che si manifesta per frammenti.
I tre quadri
I. Il marciapiede delle speranze che svaniscono
Un marciapiede bagnato, lampioni tremanti, architetture che sembrano cedere sotto un destino già inclinato. La scena respira lentamente. Tenco non è una figura che avanza: è un’assenza che prende forma.
Ogni passo è un limite raggiunto, un confine che non promette più nulla.
II. L’incontro, la città, la vibrazione che resta
La città diventa un luogo sospeso. Le luci sono ferite, le ombre trattengono una dolcezza inquieta.
Dalida appare come un bagliore che non si trattiene. Non c’è un amore mancato: c’è un tempo che non ha avuto modo di compiersi. L’immagine custodisce l’attimo che illumina e ferisce insieme.
III. Dentro e fuori, il tormento e il mondo
Una finestra divide e taglia. La stanza d’albergo è un interno denso, quasi soffocante; fuori, la nebbia e la città indifferente. È il quadro del confine tra ciò che si vive e ciò che si sopporta, tra il tormento privato e un mondo che non ascolta. Il tempo sembra arrestarsi, come se temesse di oltrepassare quella soglia.
La voce come apparizione
L’interpretazione di Chiello a Sanremo interroga la voce come luogo in cui la presenza si consuma nel momento stesso in cui si manifesta. La voce non trattiene: si espone e si dissolve. Quando Chiello canta Tenco,
non tenta di colmare la distanza; la lascia emergere. L’esitazione e la sospensione diventano spazi in cui l’assenza si fa udibile. La canzone non ritorna al passato: si apre ad un presente che la trasforma.
La sopravvivenza, qui, non è ripetizione ma riattivazione.
Una risonanza nella distanza
Tra il Trittico e la performance non esiste alcun legame diretto. La loro distanza è reale e produttiva:
permette allo sguardo di cogliere una risonanza che nasce non dall’intenzione, ma dalla natura stessa delle forme artistiche, capaci di interrogare la stessa assenza in tempi diversi.
Entrambi i gesti affrontano la medesima domanda: come far sopravvivere una presenza quando la presenza non c’è più? Come evitare che un volto o una voce diventino monumento, lasciandoli invece agire nel presente?
In questa prospettiva, Tenco non è un oggetto di memoria, ma un campo di possibilità. L’immagine e la voce mostrano che la sopravvivenza non è continuità ma trasformazione; non fedeltà ma apertura; non
imitazione ma ascolto. È nella distanza - non nella vicinanza - che si produce la risonanza: due gesti artistici autonomi che, senza conoscersi, illuminano lo stesso punto, rendendo visibile e udibile ciò che continua a
vivere nella fragile forma dell’apparire.



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