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​📰 Recensione di Armando Lostaglio: Un semplice incidente scritto e diretto da Jafar Panahi


André Bazin, critico francese del secolo scorso, sosteneva: Il cinema apre le finestre, l’ideologia le richiude. 
E’ ciò che viene in mente alla visione del poderoso film da poco uscito, Un semplice incidente del regista iraniano Jafar Panahi, dissidente verso il regime e più volte incarcerato. 
Ma anche più volte premiato nei festival e mostre più importanti al mondo. 
La potenza di questo film sta nel suo finale, apertissimo, claustrofobico, forse una allucinazione. 
Eppure il protagonista è pronto per partire, o almeno sembra: Un semplice incidente (A Simple Accident, 2025), scritto e diretto da Panahi, è stato il vincitore a maggio scorso della Palma d'Oro al 78º Festival di Cannes. Film drammatico che è anche un thriller, con venature persino ironiche: indaga in profondità temi predominanti come giustizia espiazione e redenzione, odio e vendetta, tenerezza e fragilità. 
Ma è soprattutto la memoria dell'Iran, che in questi giorni, in questi mesi, in questi anni, diventa la memoria collettiva di una umanità intera, che vede un popolo schiacciato dal peso di una teocrazia sempre più anacronistica, fuori dalla storia: reprime e tortura giovani e operai, umilia donne e bambini. 
Persone che hanno subìto violenze in carcere e per strada, con la perversione di un potere capace persino di deflorare una detenuta prima di ucciderla per far sì che “non vada nel paradiso delle vergini”. 
Teocrati e governanti senza scrupoli, interessati solo a conservare sé stessi nell'allucinazione di un fanatismo cui è vietato opporsi. 
La storia, dunque, si focalizza su un gruppo di giovani già torturati in carcere, convinti di aver catturato il loro ex carceriere, riconosciuto dai suoi passi di una gamba con protesi. 
Tutto a seguito di un banale incidente d’auto. Dubbi ed espiazione si accavallano; giustizia e pietà, e le colpe di un ostaggio che resta convinto della sua ammuffita fede senza sbocco di ravvedimento, di evoluzione. 
Mentre i giovani iraniani, loro sì, guardano oltre, verso una cultura che metta le ali in un cielo azzurro, lo stesso che nei millenni ha ispirato saperi e conoscenze. 
Eppure, in quel finale così aperto, si frappone il dubbio (o la certezza) di un presente schiacciante, ancora pesante, come il passo del carnefice dell'incidente. 
Un lungo piano-sequenza fra l'ostaggio e una delle ragazze del gruppo, conferisce la misura autoriale di un film da Oscar, splendidamente interpretato. 
È candidato per la Francia.

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