Le polemiche durante la cerimonia di consegna dei David di Donatello precedono di qualche giorno l’inizio di un’edizione del Festival di Cannes senza alcuna opera né artista italiani in concorso. Le due cose sono ovviamente collegate, ma la crisi del cinema italiano nasce da lontano e sarebbe miope addossarne tutte le colpe all’attuale governo. Certo il mancato finanziamento del docu-film su Giulio Regeni, che ha scatenato l’ennesima resa dei conti in seno al Consiglio dei Ministri, grida vendetta, ma di scelte a dire poco scandalose nell’assegnazione dei fondi pubblici per lo spettacolo non se contano in tutte le legislature, di ogni colore e composizione.
Chiacchiere a parte i fatti sono innegabili. Dopo il Covid il settore dell’audiovisivo, già in crisi da tempo appunto, è franato del tutto e proprio laddove risiedono le sue fondamenta, vale a dire nelle piccole e medie produzioni che da sempre costituiscono la vera fonte di sostentamento per i professionisti del settore, i quali, per farsi un’idea, sono quella lunga lista di nominativi che compongono i titoli di coda di un film, ciascuno dei quali dovrebbe essere stipendiato. Dovrebbe appunto, perché oggi la cosa non è affatto scontata, visto che ormai le produzioni cinematografiche si sono come dicotomizzate. Da un lato quelle che un tempo erano chiamate le grandi produzioni e che oggi sono le sole a garantire uno stipendio dignitoso. Dall’altro il mare magnum delle produzioni indipendenti che, lungi dall’essere quelle che a Hollywood smuovono milioni di dollari e si permettono di ingaggiare star affermate in cerca di progetti alternativi – perché questo sarebbe il vero significato di indipendenza, cioè l’autonomia dai trend del mercato -, da noi il più delle volte sono sinonimo di zero budget, ossia una retribuzione da fame alle maestranze e un mero rimborso spese al cast, poiché gli attori non figurano spesso neppure come una voce di costo. Si è così scatenata una guerra tra finti poveri, visto che ormai la carriera artistica è appannaggio per lo più di chi ha solide basi economiche familiari, in cui, pur di non star fermi senza lavorare, si accettano le peggiori condizioni al fine di aggiornare il curriculum e non uscire dal giro.
La platea del David è la punta privilegiata, chi per meriti e chi meno, di un movimento moribondo che non permette più alle giovani leve, che ci sono e anche di brillanti per giunta, di farsi le ossa potendo pagarsi da vivere e garantire un ricambio di qualità e che sta buttando sul lastrico professionisti affermati che non sanno più come pagare l’affitto di casa o mandare al nido i figli. In compenso spuntano come funghi le accademie e le scuole di formazione, dove futuri inoccupabili pagano rette salatissime coltivando l’illusione di potersi affermare. Come uscirne è difficile dirlo, ma una cosa è ormai innegabile e cioè che se non si riparte dal basso e ci si continua a concentrare sui grandi nomi, l’inaridimento della base arriverà presto alla cima della pianta.

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